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Storia del “maggio” barese

18 gennaio 2009 545 visite Non ci sono commenti

C’è stato un maggio barese, assai prima del maggio francese: se non di portata epocale come quest’ultimo, nemmeno evento indegno di memoria.
Era il 1944, gli studenti universitari e medi insorsero contro un provvedimento del ministro Omodeo. Azioni di lotta coerenti e tenaci, unite all’appoggio dell’opinione pubblica, permisero loro di vincere la battaglia.
Ricostruisce i fatti il documentatissimo “L’università di Bari” di Pasquale Calvario e Vito Antonio Leuzzi, che reca il sottotitolo di “Nuove facoltà, lotte studentesche e politiche dell’istruzione. 1943-1945.” L’opera – frutto di una ricerca congiunta dell’Irrsae Puglia e dell’Istituto pugliese per la storia dell’antifascismo e dell’Italia contemporanea – è pubblicata dalla Progedit, casa editrice di recente avvio ma dal catalogo già ben nutrito (consultabile sul sito www.teseo.it/progedit).
Non furono anni facili, sappiamo, quelli fra il ’43 e il ’45. La caduta del regime e l’8 settembre, l’Italia spaccata in due. Nel Centro-nord tedeschi e fascisti, i gruppi partigiani. A Sud Badoglio e la monarchia, l’occupazione alleata. Roma città aperta. E poi i CLN, la Liberazione, il dopoguerra; il breve governo Parri, l’ultraquarantennale egemonia democristiana alle porte.
Ma sullo sfondo dei grandi eventi c’era la vita di ogni giorno, i problemi di sempre aggravati dall’incertezza del momento; c’era gente che voleva lasciarsi il passato alle spalle, studenti che guardavano al futuro e dovevano sostenere esami. Erano universitari pugliesi iscritti a Napoli o a Roma – città in quel frangente pressoché irraggiungibili – ma anche ragazzi di altre regioni, profughi o militari di stanza in Puglia, che rischiavano di dover interrompere gli studi. Perché l’università di Bari non offriva molto, all’epoca: mancavano fra l’altro lettere, filosofia, chimica, matematica, fisica, scienze naturali, ingegneria, veterinaria, pedagogia. Furono questi i corsi provvisori istituiti, nel gennaio ’44, dal governo Badoglio.
In aprile divenne ministro dell’Educazione Adolfo Omodeo che, il 13 maggio, presentò uno schema di decreto legge col quale sopprimeva i nuovi corsi di Bari. A torto o a ragione, il provvedimento aveva il dichiarato scopo di “ristabilire la serietà degli studi”. La notizia provocò un’immediata e vasta mobilitazione studentesca, la cui guida fu assunta da giovani intellettuali antifascisti, per lo più di estrazione liberale o vicini al partito d’Azione (tra i primi Pasquale Calvario, coautore del libro).
La protesta fu condivisa dal rettore Fraccacreta – il quale rassegnò le dimissioni – e dal corpo accademico, che approvò un ordine del giorno in cui si bollava come antidemocratico un provvedimento adottato “senza alcuna consultazione, né richiesta di relazione alle Autorità Accademiche, fatto senza precedenti nella storia delle istituzioni universitarie”.
Ma i veri protagonisti furono gli studenti, che portarono avanti la lotta con fermezza e prudenza insieme, guadagnandosi l’appoggio della popolazione e il rispetto delle autorità; finanche di quella militare alleata che, interrogati i vertici del movimento, decise di astenersi da ogni ingerenza, se la situazione non fosse degenerata.
Il 15 maggio 1944, circa mille studenti affollarono l’atrio centrale dell’università di Bari per aderire allo sciopero Omodeo, come allora fu chiamato: “si celebrò la prima grande adunanza di popolo nel nostro Paese uscito dal fascismo”, scrive Calvario con l’orgoglio di chi c’era. Adunanza civile e pacifica, aggiungiamo noi, vista l’assenza di incidenti.
La protesta conserverà toni pacifici per tutta la sua durata, e si concluderà solo dopo aver raggiunto lo scopo: il ritiro del provvedimento contestato. Determinante fu la compattezza degli studenti e l’appoggio della società civile, coinvolta e tenuta informata tramite manifesti, comunicati stampa, volantini satirici.
Non possiamo nascondere la nostra simpatia per questi ragazzi del ’44, gli ottantenni di oggi. Ma non è facile appurare, oltre mezzo secolo dopo, se e quanta fondatezza avessero le preoccupazioni di Omodeo. Certo il ministro aveva sinceramente a cuore le sorti della nazione, e il suo intento era stato quello di “mantenere all’Italia il prestigio di un Paese di alta cultura, unico bene rimastole”.
Può avvenire che questo genere di libri scada nel provincialismo, nell’encomio del campanile: rischio sapientemente evitato dagli autori, nel cui studio scorrono, accanto a quelli di gente comune, i nomi di Benedetto Croce, Tommaso Fiore, Aldo Moro. E la storia dell’università di Bari s’intreccia con la storia nazionale di quegli anni, si fa storia tout court.

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